Adolescenti gifted

PLUS-ADOLESCENZA  di Sonia Enrica Sossi, presidente associazione IAG

L'adolescenza è un periodo di transizione difficile e delicato per tutti ma, per i ragazzini gifted lo è in particolar modo, poiché vediamo intensificarsi le caratteristiche che li contraddistinguono come:  la messa in discussione di ogni questione riguardante la loro esistenza e quella dell'universo in generale e la ricerca di autonomia ma, è anche una fase della vita straordinaria, caratterizzata da un potenziale che non avrà più uguali nel corso della vita. 

Gli adolescenti gifted sperimentano maggiori livelli di alienazione e stress e, questo periodo, può rappresentare un momento più destabilizzante che per altri, esponendoli a maggiori rischi. Non sono in grado di comportarsi diversamente per­chè sono alle prese con trasformazioni neurobiologiche inevitabili. In questo periodo di ricerca della loro identità ra­gionano con le emozioni, fantastico, ma può rivelarsi anche pericoloso: è come guidare una moto con il motore alla massima potenza, immaginiamoci perciò cosa possa essere per chi come i gifted è dotato geneticamente di un motore già in partenza molto più potente. 

La tendenza educativa di alcune famiglie è di cercare di sopravvivere a questa loro fase della vita con maggior distacco possibile per non farsi travolgere dai loro straripamenti emotivi "in atte­sa che le acque della tempesta adole­scenziale si calmino". Nulla di più sbagliato perché mai come ora, i nostri figli hanno bisogno di una guida e di un forte punto di riferimento. Salire su un'altra barca, mettersi la cerata e attac­carsi con un cavo di sicurezza in attesa che passi, è allontanarli da noi. Non bisogna aspettare che passi e ba­sta, ma navigare a fianco dei ragazzi, stando dietro di loro per guidarli e farli arrivare a destinazione senza trop­pe ferite. (Pietro Roberto Goisis, psichiatra) 

Dobbiamo considerare questa fase come una straordinaria opportu­nità per aiutarli a crescere, l'obiettivo dei teenager non è affatto quello di liberarsi dai genitori che "rompono" o "non capiscono nien­te", anche se ce lo urlano, la realtà è che si aspettano di non essere  abbandonati in questo difficile periodo.

Gli adolescenti gifted sono particolarmente spaventati, si sentono fragili, insicuri, in lotta con sè stessi e con il mondo circostante. Possono avere difficoltà quotidiane con i genitori, gli insegnanti, i coetanei, sono preoccupati per la propria immagine, non si sentono all'altezza delle situazioni e delle aspet­tative esterne. Sono persi in un mondo che offre loro tanti stimoli e possibilità, ma in cui non trovano facilmente riferimenti stabili.

I ragazzi sono in balia della propria sfera emotiva e non riescono a gestirla per cui esprimono con il corpo e l'azione ciò che non riescono a comunicare con le parole: al­cuni scaricano questa tensione emotiva all'esterno, con ribellioni verbali e fisi­che spesso incontrollabili, al­tri la riversano su se stessi con il silenzio, la chiusura e l'isolamento. Anche i genitori, che vorrebbero aiutarli, sono spaventati. Provano lo stesso smarrimento, la stessa sensazione di incapacità e fallimento dei loro figli, perché non riescono a capirli e a comunicare con loro. (Stefania Bianchi, psicoterapeuta

Dobbiamo considerare anche che mentalmente le consapevolezze dei gifted, arrivano con maggiore anticipo e che, presentare un'età diversa da quella cronologica, può portarli a non riuscire a collocarsi in un età precisa con il pericolo di non connettere con questa discrepanza (Silverman).

L' adolescenza è anche il periodo nel quale maggiormente rischiano il drop-out scolastico, la bassa autostima può aumentare sia a causa delle loro prestazioni scolastiche che delle mutate interazioni sociali, nonostante nel corso del ciclo primario magari si fossero perfettamente integrati. Queste situazioni aumentano il livello di stress, il disorientamento, le incertezze e quell'alienazione, che li fa sentire diversi fin da bambini, diventa una consapevolezza che non sanno però come gestire.

Si amplifica lo sviluppo asincrono, gli idealismi, la sofferenza per le ingiustizie, sono molto più sensibili anche verso le cause sociali che ora maggiormente conoscono, approfondiscono ed alle quali si possono avvicinare. Possono essere anche molto influenzabili, il loro desiderio di assomigliare agli altri li porta maggiormente a mascherare le loro peculiarità e Reis e Rummer si soffermano sulle ricerche che dimostrano che ciò è particolarmente evidente nelle ragazze, le quali tendono a nascondersi e a non far emergere le loro capacità intellettive, adeguandosi al livello dei pari desiderando accettazione.

I genitori si trovano ad affrontare un compito impegnativo e complesso di fronte al quale ci si può sentire impreparati, scoraggiati ed impotenti. In questa fase è maggiormente difficile gestire la loro intensità e sensibilità fornendo un contenimento emotivo e un punto di riferimento sicuro. 

La sconfitta scolastica dello studente ad alto potenziale cognitivo Riadattamento e sintesi di un articolo di Claudia Jankech & Jean-Claude Anthamatten a cura di Sonia Enrica Sossi

Se escludiamo i disturbi associati, dsa, adhd, Asperger o gli eventuali disturbi psicologici, che i ragazzi APC possono avere come gli altri, la maggior parte degli APC con difficoltà scolastiche soffre di mancanza di adattamento. Ricordiamo che la sconfitta, con tutte le cause possibili, riguarda percentuali elevate di APC, con una differenza di genere che è stata accertata essere, dallo psicologo Marc Bersier, di 4 maschi per 1 femmina in difficoltà scolastiche. Questa sconfitta non è attesa e non costituisce una fatalità. La nostra esperienza ci ha permesso di rendere evidente che è possibile rimettere gli APC sulla strada giusta con una pedagogia adatta. È importante esplicitare che si parla di APC individuati e che non ci si può pronunciare per quelli non riconosciuti. Come rileva la statistica dell'AFEP, la sconfitta appare tardivamente, dopo un percorso scolastico soddisfacente. Quando appaiono, le difficoltà, sono come una tempesta a ciel sereno, un colpo che provoca sul ragazzo, o sull'adolescente, una sofferenza che chi lo circonda non capisce.

Esempio 1°: cosa significa riflettere?

Un giovane, di 13 anni, viene per una valutazione psicologica nel nostro studio e dà una spiegazione semplice e chiara: è "una nullità in matematica" (una certezza per lui) perché "non è più istintivo, devo riflettere. " È chiaro che aveva sempre avuto buon esito senza lavorare, senza riflettere, senza fare sforzi: era "istintivo". Questo ha un corollario: riflettere per lui significava "essere una nullità".

Come spiegare questo fenomeno?

Le ricerche di Michel Duyme e di Philip Shaw confermano che gli apc è come se non avessero bisogno di imparare, per sapere: fanno istintivamente i compiti richiesti. Eppure, lasciarlo proseguire in questo modo equivale a fargli credere di essere "onnipotente". Questa illusione gli costerà cara e la caduta sarà dura. Questa grande facilità potrà, in effetti, essere la fonte della sua sconfitta futura, soprattutto se nessuno gli tende la mano. Ho comparato la situazione a quella della lepre nella celebre favola "La lepre e la tartaruga" di La Fontaine. Sapendo di correre molto veloce, e annoiandosi durante la corsa, mentre sfida la tartaruga, la lepre si riposa e si addormenta. Così la tartaruga, perseverante, vince la corsa.

Anche se non si tratta di pigrizia, ma piuttosto di una cattiva abitudine, quella di riuscire senza sforzo e senza lavoro, com'è stato evidenziato dalle ricerche di Grubar, l'assenza di sollecitazioni intellettuali che vivono gli APC li porta a diventare degli inadeguati, nonostante un'intelligenza che dovrebbe permetter loro di adattarsi. Qui risiede il paradosso della sconfitta di questi ragazzi. Insufficientemente stimolati da chi li circonda (intendendo l'ambiente scolastico dove sono in netto eccesso di capacità), adottano solo schemi conosciuti e fanno pochissimi sforzi di adeguamento per eseguire compiti che sollecitano le loro attitudini. Sviluppano dunque inattitudini acquisite" o "learning helpness". Per dirlo in modo più simbolico percorrono le classi inferiori avviando "il pilota automatico" e nelle situazioni che sollecitano finalmente le loro capacità, non riescono più ad adattarsi correttamente. Questa inadeguatezza è la conseguenza della mancata esperienza: non avere mai dovuto superare il fallimento o le difficoltà, attraverso degli sforzi.

Perché l'APC affonda nella sconfitta?

L'APC che ha subito una sconfitta non è soltanto sconvolto, ma sviluppa anche la paura di affrontare i compiti. Questa paura è difficile da capire per chi sa che si tratta di un allievo che ha un alto potenziale intellettivo. Questa paura lo porta ad evitare le situazioni di apprendimento nelle quali ha conosciuto la sconfitta. Quando si trova già in difficoltà, perché non ha mai dovuto imparare ad apprendere, eccolo che evita gli ostacoli che, gli si aprono le grandi porte d'entrata in un processo di apprendimento reale, per la prima volta. In effetti, imparare non è "sapere tutto" ma riflettere bene, ripetere, sbagliarsi, e, tenendo conto degli errori commessi, ricominciare e perseverare. Si trova dunque in una situazione nuova perché non l'ha mai fatto. Evitando la sconfitta, sfugge ancora una volta all'apprendimento.

È possibile comparare la sua paura a quella che si può sentire verso un ragno. La persona che ha paura di un ragno mette in opera una strategia di evitamento. L'APC evita il lavoro che lo ha sconfitto e noi dobbiamo aiutarlo ad affrontarlo. Nessuna psicoterapia può pretendere di permettergli di imparare a lavorare. La soluzione risiede in una pedagogia adattata alla sua intelligenza ma anche alla sua paura. Bisogna accompagnarli e non pretendere che sarà capace di cavarsela da solo perché non ci riuscirà. Se non lo facciamo, incomincerà a deprimersi e ad entrare in un circolo improduttivo: se non lavora, i suoi voti si abbasseranno, questo lo scoraggia ancora di più. I più tenaci, quelli che hanno delle difese più marcate, faranno dei grandi discorsi per giustificare la situazione ma eviteranno, come gli altri, di mettersi al lavoro. Non è una mancanza di volontà, dobbiamo aiutarli ad affrontare e sorpassare le difficoltà e questo lavoro deve essere eseguito nelle stesse situazioni che l'hanno spinto nel circolo improduttivo.

Esempio n°2: Un'evoluzione di tipo "depressivo"

Dopo aver mancato l'ingresso in un liceo a numero chiuso, Erik si deprime. L'incontro per una valutazione psicologica rileva un QI di 134. Il suo insegnante del 1° anno di un istituto di avviamento professionale ritiene che lui sia al suo posto giacché la sua media è di 7,5 . Quando gli spiego che, visto il suo potenziale, Erik avrebbe potuto frequentare un liceo, lui non mi crede. Sarà solo dopo l'integrazione in una scuola privata, dove Erik potrà andare al suo ritmo, che questo giovane riprenderà la sua progressione scolastica e passerà la maturità a sedici anni (invece di 18), saltando dunque due classi. La stanchezza e la depressione son svanite grazie al cambio di scuola che gli ha permesso di lavorare a suo ritmo. 





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APPARENTE PERDITA D'INTERESSI STRAORDINARI NEL PLUSDOTATO ADOLESCENTE di Sonia Enrica Sossi, presidente associazione IAG

Spesso, quel bambino che parlava dell'universo, della morte, che aveva tante passioni e che faceva personali ricerche ed approfondimenti sui più svariati ambiti, arrivato all'adolescenza si trasforma in pigro ragazzino divoratore di videogochi, musica, serie tv e social. Appare svogliato e demotivato.
Per chiarire i dubbi :
-la plusdotazione non si perde, è una caratteristica con una prevalente componente genetica pertanto, quei videogiochi demenziali non potranno sottrargli ciò che possiede per nascita;
- la demotivazione può essere legata a molti fattori: la noia scolastica oppure le prime difficoltà di un ragazzo che non si è mai dovuto sforzare negli apprendimenti e che, senza un metodo acquisito, perché non gli era stato prima necessario, si ritrova a fare uno sforzo che non vorrebbe fare perciò, potrebbe anche arrendersi. Può essere però legata ad altri fattori psicologici che si potrebbero approfondire;
- I social, i video giochi, le serie tv, i video musicali non sono l'espressione di una mancanza d'interesse bensì, sono interessi che ci appaiono meno profondi ma, se osserverete la passione con la quale li vivono, è la stessa di prima. Approfondisce sempre e comunque, affamato di conoscenza magari leggerà i nomi dei creatori di quei videogiochi, andrà a cercare quali altri giochi hanno creato, da dove sono partiti, le evoluzioni, ecc.
- La percezione della loro diversità la sperimentano sin da piccolissimi e, se prima supportati dal fan club genitoriale, si sentivano liberi di avere passioni affatto comuni, meno interessati all'opinione dei coetanei, nell'adolescenza il senso di appartenenza al gruppo è fortissimo.
Poter parlare di quella serie tv o videogioco con gli altri ora è molto più importante di prima, partecipare attraverso i social come gli altri lo è altrettanto.

Conclusione: considero assolutamente sani questi loro interessi fintanto che non ne abusano, poter avere argomenti ed interessi da condividere con il gruppo, li aiuta nella socializzazione. Tempo per tornare ai loro straordinari e personali interessi ne avranno ancora tanto e ci torneranno, lasciarli essere apparentemente superficiali adolescenti è assecondare un loro bisogno.

Per i genitori

Dedichiamo alle famiglie questo bellissimo testo sull'adolescenza, scritto dalla psicologa americana Gretchen L. Schmelzer che, a chi sta vivendo questo "intenso" periodo, strapperà forse qualche lacrima come a noi ❤

LETTERA CHE IL TUO ADOLESCENTE NON PUÒ SCRIVERTI
Caro Genitore,
Questa è la lettera che vorrei poterti scrivere.
Di questa battaglia che stiamo combattendo, adesso ne ho bisogno. Io ho bisogno di questa lotta. Non te lo posso dire perché non conosco le parole per farlo e in ogni caso non avrebbe senso quello che direi. Ma, sappi, che ho
bisogno di questa battaglia, disperatamente. Ho bisogno di odiarti, proprio ora e ho bisogno che tu sopravviva a tutto questo.Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiare te, e al tuo odiare me. Ho bisogno di combattere con te, anche se persino io lo detesto. Non importa neanche quale sia il motivo di questo continuo battagliare: l'ora del coprifuoco, i compiti, il bucato, la mia stanza disordinata, le uscite, il rimanere a casa, l'andare via di casa, rimanere a vivere in questa famiglia, il mio ragazzo, la mia ragazza, sul non avere amici, o sull'avere brutte compagnie. Non è importante. Ho bisogno di litigare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.
Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l'altro capo della corda.
Che tu lo stringa forte mentre io strattono l'altro capo, mentre cerco di trovare dei punti di appiglio per vivere questo mondo nuovo.
Prima io sapevo chi ero, chi fossi tu, chi fossimo noi, ma adesso non lo so più. In questo momento sono alla ricerca dei miei confini e a volte riesco a trovarli solo quando faccio questo tiro alla fune con te. Quando spingo tutto quello che conoscevo fino al limite. E' proprio in quel momento che sento di esistere, e per un minuto riesco a respirare. E lo so che ti manca quel dolcissimo bambino che sono stato. Lo so, perché quel bambino manca anche a me e questa nostalgia è quello che rende tutto così doloroso adesso.
Io ho bisogno di lottare e ho bisogno di vedere che i miei sentimenti, per quanto brutti o esagerati siano, non distruggeranno né me e né te.
Ho bisogno che tu ami anche il peggio di me, anche quando sembra che io non ti ami. In questo momento ho bisogno che tu ami sia me sia te, per conto di tutti e due. Lo so che fa schifo essere trattati male, ma ho bisogno che tu lo tolleri, e che ti faccia aiutare da altri adulti a farlo. Perché io non posso farlo in questo momento. Se vuoi stare insieme ai tuoi amici adulti e fare un "gruppo di mutuo-aiuto-per-sopravvivere- al-tuo-adolescente", fai pure.
Parla pure di me alle mie spalle, non mi importa.
Solo non rinunciare a me, non arrenderti a questo conflitto: ne ho bisogno.
Questa è la battaglia che mi insegnerà a capire che le mie ombre non sono più grandi della mia luce. Questa è la battaglia che mi insegnerà a capire che i sentimenti negativi non significano la fine di una relazione.
Questa è la battaglia che mi insegnerà a capire come ascoltare me stesso, anche quando questo potrebbe deludere gli altri.
Questa battaglia finirà. Come ogni tempesta, si placherà. E io dimenticherò, e tu dimenticherai. E poi tornerà di nuovo. E allora io avrò bisogno che tu stringa la corda ancora. Avrò bisogno di questo ancora per anni.
Lo so che non c'è nulla di bello o soddisfacente per te in questa situazione, come so che probabilmente non ti ringrazierò mai per questo, e nemmeno ti riconoscerò questo duro lavoro, anzi, con tutta probabilità ti criticherò ferocemente.
Sembrerà che qualunque cosa tu faccia non sia mai abbastanza.
Eppure, mi affido completamente alla tua capacità di restare in questo scontro.
Non importa quanto io discuta, non importa quanto io mi lamenti. Non importa quanto io mi chiuda nel mio silenzio.
Per favore, tieni stretto l'altro capo della fune. Sappi che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.
Con amore, il tuo teenager